Storia di un'amicizia nell' Eremo di Camaldoli
Il Casentino è parco nazionale dal 1991. E' una foresta di 11 mila ettari tra la Toscana e la Romagna in cui vivono una vasta popolazione di lupi, cervi, daini, caprioli, aquile, cinghiali e volpi.
Le volpi, scaltre per natura hanno scoperto per prime che la vicinanza con l'uomo può diventare un'innovativa fonte alimentare. Da qui il fiorire di racconti che, anche se autentici, hanno il sapore delle favole.
Una di queste è la storia dell'amicizia intercorsa per anni fra don Carlo, priore dell'Eremo e una volpe. L'eremo sorge a 1111 metri di altezza nell'abbraccio di un'immensa distesa di abeti; è testimonianza di una storia di vita cristiana che ha quasi mille anni.
Nella zona di clausura, abitualmente non accessibile ai visitatori, sorge una minuscola chiesa visitata da San Francesco e in anni recenti da Papa Giovanni Paolo II; da questa chiesetta si dipartono le celle dei frati nelle quali, ogni sera si ritirano i monaci.
Fra quelle celle, nell'ora del tramonto di una giornata di ottobre, don Carlo vide una volpe che faceva giochi di predazione con un topo. L'animale permise al monaco di avvicinarsi fino alla distanza di 5/6 metri, poi scomparve. Per ricomparire però nelle sere successive. Don Carlo riuscì progressivamente ad accorciare le distanze ottenendo alla fine che la volpe prendesse il cibo dalla sua mano.
In breve il rapporto si fece davvero confidenziale, tanto che la notte di San Silvestro l'animale si abbandonò al gioco con l'uomo lasciandosi spruzzare con la neve caduta di fresco.
In una sera di pioggia l'amicizia raggiunse anche un altro traguardo: il monaco aprì la porta della cella e offrì il cibo stando all'interno; l'animale dopo una breve esitazione entrò e, non solo accettò l'offerta, ma esplorò ogni angolo della minuscola abitazione fino a raggiungere il tavolo di studio di don Carlo.
Il luogo gli divenne così familiare che, dopo una sparizione di tre giorni dovuta alle esigenze riproduttive della specie (la volpe era un maschio), si ripresentò alla porta della cella non più solo, ma con a fianco la nuova compagna.
Poiché la tana era collocata sotto una delle celle, uscire di lì per incontrarsi con il monaco era diventato l'appuntamento di ogni sera. Don Carlo volle mettere alla prova la solidità di questa amicizia mettendo sotto il suo naso una tagliola, simbolo dell'antica ostilità uomo-animale. Da secoli i contadini insaporiscono questi strumenti di tortura con esche appetitose e da secoli le volpi quasi sempre li evitano.
Il monaco collocò il cibo su una tagliola alla quale aveva bloccato il meccanismo di scatto e invitò l'animale a mangiare. A lungo la volpe fiutò l'ordigno insidioso e a lungo guardò l'amico. Infine, tra la diffidenza e l'amicizia prevalse la seconda: prese il cibo.
Una sera la volpe mancò l'appuntamento e così fu nelle sere successive. Scomparsa, non si sa come.