TRACCE D'INFINITO
ad Alfredo e Francesca,
i grandi amori della mia vita.
Questo inverno, il primo che abbiamo trascorso insieme, è stato particolarmente lungo; qualcuno ha contato diciotto nevicate.
Ma la neve, questa neve, è diversa da quella a cui ero abituato; anche la temperatura è meno rigida.
Ora calpesto neve cittadina, mi tuffo in quella fresca dei parchi, corro a perdifiato su quella battuta lungo il torrente. Mentre passeggio nei giardini pubblici lasciandomi accarezzare da queste soffici stelle bianche osservo le tracce dei miei passi: di fianco alle mie, impronte di scarponcini numero 38; più piccoli, più leggeri, a volte anche più insicuri di quelli che mi hanno accompagnato fino a pochi mesi fa.
12 novembre: l'inizio di una nuova vita.
Ad un certo punto il servizio lavorativo termina; la chiamano pensione. Ci sono le feste d'addio, a volte una progressione di carriera, più raramente un riconoscimento.
Per me, oltre ad un avanzamento di grado, c'è stato il conferimento della medaglia d'oro con tanto di cerimonia alla presenza del Capo dello Stato.
Poi il rientro, i saluti.
Il marciapiede di fronte alla caserma, il cortile, i tre piani di finestroni; tanti ricordi raccolti in un unico, lunghissimo sguardo.
Con il collega più caro sono stati saluti privati, abbracci densi di significato; poche, semplici parole.
Nei nostri occhi, lacrime trattenute a stento.
Le avventure, il sudore, le gioie e le delusioni di tanti anni vissuti insieme, hanno cementato i nostri cuori.
Ci hanno resi complici; persino il respiro era sulla stessa lunghezza d'onda, uno sguardo era sufficiente per capirsi e, durante le emergenze, solo un attimo per decidere e contemporaneamente diventare operativi.
Perché emergenza significa massima lucidità e massima concentrazione. Quando ci sono in gioco vite umane, non c'è spazio per i ripensamenti.
Ore ed ore di addestramento per irrobustire il fisico, ma soprattutto la mente, per imparare a gestire la paura e tramutarla in tenacia.
E' stata la tenacia che ci ha permesso sempre di tener desta la speranza, anche quella di poter estrarre corpi vivi dalle macerie del terremoto.
Il terremoto in Abruzzo. La mia ultima missione lavorativa.
E' vivo in me il ricordo dello scenario che ci ha accolto; era tutto così surreale da far pensare ad una ricostruzione cinematografica.
Solo l'odore del dolore e della disperazione che sentivo così netti al di sopra di ogni altro odore, mi ha investito assicurandomi che quella era dura, raccapricciante realtà.
La nostra attività di ricerca è iniziata immediatamente; non c'era spazio in quei momenti per la paura e neppure per il dolore che avremmo potuto sfogare solo al rientro.
Il mio compito era quello di dare indicazioni agli uomini del mio gruppo, andare avanti prima di loro, tastare il terreno, sentire; sentire con la pelle, con il cuore, con la mente. Anche il movimento più lieve doveva essere colto, analizzato rapidamente.
Fiutavo senza sosta l'aria, quell'aria carica di polvere di cemento e calce, densa di lacrime disperate, nera come il vuoto; ma al di là del senso di morte che ci circondava sapevo che i nostri sforzi non sarebbero stati vani.
Le soste erano ridotte al minimo indispensabile; mangiare e riposare avevano l'unico scopo di conservare la lucidità e ricaricare l'energia.
Il lavoro delle squadre era formato da uomini specializzati e da un numero infinito di volontari arrivati dal resto del paese e da tutto il mondo.
Nonostante la promiscuità degli operatori l'attività non ha mai rischiato di diventare improvvisazione.
La nostra grande esperienza nel campo della ricerca delle persone disperse ha significato più volte essere chiamati anche durante le pause, nelle zone vicine per impostare le ricerche in condizioni particolarmente proibitive.
Le centinaia di corpi senza vita che ho visto riportare alla luce non sono riusciti a farmi cadere nel baratro dello sconforto, non mi hanno mai fatto pensare che tutti gli sforzi e le fatiche che stavamo facendo fossero vani.
Ora, mentre guardo il volto raggiante di questa fanciulla che mi saltella al fianco, ripenso ai tanti volti di coloro che, sentendosi perduti, sotto metri di neve o smarriti nel buio di un bosco, mi hanno visto comparire; rivedo i loro occhi increduli passare dal terrore alla gioia; spesso un attimo prima di perdere i sensi, esausti per la fatica e la disperazione o mezzi assiderati dal freddo.
Questo era il mio lavoro quotidiano, su in quota, vicino e sulle piste di sci.
Giornate intere a battere chilometri di percorsi in condizioni proibitive, sui canaloni ghiacciati, nella nebbia fitta, in mezzo alle tormente di neve.
L'adrenalina a mantenerci svegli e la voce, quella voce interiore che ci sosteneva anche nei momenti peggiori.
Il mio fiuto infallibile mi ha permesso di capire dove scavare. Per ciascuno di loro sono una specie di eroe, vorrei che sapessero che li porto nel cuore, tutti.
Che, come in un lungo film rivedo i loro volti e rivivo i momenti che ci hanno legati per sempre, anche se non ci rivedremo.
Ripenso ai fratellini persi nel cupo del bosco; quando mi hanno chiamato le ricerche erano iniziate da ore, la pioggia battente, il buio della notte, il freddo stavano minando seriamente la speranza di ritrovarli. Anche quella notte ho seguito l'istinto e li abbiamo ritrovati.
Sono stato anche in zone che non conoscevo per nulla; in un sottobosco di felci e rovi fitti abbiamo ritrovato un anziano contadino che, recatosi nel suo pezzo di bosco per raccogliere castagne, si era improvvisamente ritrovato avvolto da una fitta, subdola nebbia smarrendo il sentiero del ritorno. Ci ha poi raccontato che, credendosi morto, al vederci ha pensato fossimo fantasmi.
Così come il ragazzino della squadra agonistica di sci che durante un allenamento era finito in un canalone sotto una slavina.
Quando ci hanno chiamati erano già trascorse alcune ore, scendeva la sera e la temperatura era rigidissima. Un tempo interminabile per localizzare il punto in cui era uscito di pista, poi, al di sopra delle mute domande dei miei uomini, la certezza, l'ordine e l'inizio del lavoro con le sonde. L'abbiamo trovato mezzo assiderato, ma vivo.
Era il mio lavoro, lavoro di fatica, di sofferenza, in certi momenti così duro da farmi pensare che fosse giunto il capolinea anche per me. Eppure non avrei potuto concepirmi senza.
Ma la vita è strana e ha voluto premiarmi molto più che con una medaglia.
La prima volta che l'ho vista mi è bastato un attimo per capire che sarebbe stato veramente per sempre.
Ci siamo innamorati.
Ora mi occupo di lei, una specie di crisalide che tenta di uscire dal bozzolo, non è più quella bambina che per anni ha sognato e chiesto un compagno come me,
è in quella fase dell'età dominata dagli impeti, dai sogni, dai momenti di sconforto e da quelli di allegria eccessiva.
Anche con lei le parole sono di troppo, ci capiamo con gli sguardi. Io leggo nel suo cuore e lei nel mio.
Le vivo accanto, a volte attendo per ore il suo ritorno, ben consapevole che lo spazio di tempo che trascorriamo insieme, trasforma gli attimi donando loro il senso dell'infinito.
Mentre lei riempie le mie giornate di attenzioni cui non ero abituato, io accompagno la sua metamorfosi e spero di esserle accanto, non solo nelle lunghe ore di studio che la attendono, ma anche nel giorno in cui realizzerà il sogno di diventare veterinario.
Da primo paziente, sono certo di poter dire che la mia padroncina sarà bravissima.
Nardo